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Impegno politico | Responsabilità dei laici

23 Dic
di Caterina Pozzato

Oggi ci si chiede come i cattolici possano essere presenti in modo significativo ed efficace nella società. La questione è complessa e si presta, forse, a qualche ambiguità.

Dopo aver ascoltato alcune sere fa, in vicariato, Giovanni Bachelet raccontare, con la sua vita e con la gioiosa vivacità e sobrietà che lo caratterizzano, il suo papà Vittorio, mi viene da dire che la risposta è questa: fare come Vittorio Bachelet. Aiutare a crescere buoni cittadini credenti, formare coscienze libere e disinteressate, educare persone che non facciano uso della appartenenza religiosa per fare politica, ma che vivano quell’appartenenza come appello a orientare l’intera vita al dono di sé. Persone capaci di agire in politica in modo che, anche non volendo, lasciano trasparire l’ispirazione di fede che le anima.

Ne deriva, allora, che l’impegno prioritario non può essere  quello di organizzare i cattolici in politica, quanto quello di formare buoni cristiani; che è utile, caso mai, incontrarsi tra cattolici, per aiutare la Chiesa ad aggiornare l’indirizzo pastorale,   verificando se vi è nelle comunità cristiane quella tensione alla comunione senza la quale ogni altra forma di unità è forzata e perciò controproducente.

Mai come ora è profetica la “scelta religiosa” attuata da Vittorio Bachelet: concentrasi, cioè, sulla missione primaria di evangelizzare il mondo in rapido mutamento. Essa non implica il disprezzo per la politica: al contrario, si fonda, come ci ricordava Giovanni, “sul rispetto della sua autonomia  e sull’apprezzamento della sua insostituibile funzione”.

Ci voleva fede e coraggio , il coraggio e la fiducia  che aveva avuto nel Signore Gedeone, per trasformare l’Azione cattolica in “un’inedita combinazione di democrazia interna e serena fedeltà ai Pastori” – sono sempre parole del figlio – per aiutarla a concentrarsi su Vangelo, restituendo l’impegno politico alla responsabilità personale dei laici. Se è chiara questa distinzione di piani, non solo è possibile non separare fede e vita, ma riconoscere anche tutta la serietà e, al tempo stesso, parzialità della politica, che appartiene pur sempre alle cose penultime. Quando ci stacchiamo dai principi per  passare alla loro traduzione pratica nelle leggi, può succedere, infatti, e dobbiamo accettarlo con la libertà dei figli di Dio, che “perfino i santi possano sbagliare o avere idee diverse da quelle di altri credenti” come ci ricordava Giovanni Bachelet:  padre Pio, che poi è diventato santo, era contrario alla riforma agraria di De Gasperi.   Riconoscere queste diversità non ci impedisce di lavorare insieme per cercare qual è il bene di tutti. Con la  serena libertà  di chi si ricorda che “in democrazia non basta aver ragione, ma occorre anche farsela dare dal 51% degli elettori”. Certo per questa ricerca del bene comune da Vittorio Bachelet potremmo ricavare qualche altro indispensabile ingrediente: l’umiltà nell’accettare un progresso fatto di piccoli passi, la capacità di pensare al futuro senza perdere di vista il quotidiano, l’ascolto rispettoso e paziente delle ragioni di tutti, la generosità di chi getta seme buono senza pretendere la garanzia del successo.

pubblicato su LaVoce dei Berici
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Pubblicato da su dicembre 23, 2011 in Generale

 

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