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Comunità, i volti dell’utopia

Enzo Bianchi Enzo Bianchi, La Stampa, 7 giugno 2009

Il discorso che il presidente Obama ha rivolto all’islam dal Cairo rappresenta una coraggiosa e credibile affermazione della possibilità di ragionare e dialogare in termini di “comunità”, sia questa di natura religiosa – come, appunto, l’insieme dei credenti musulmani – oppure di natura statuale e culturale, come nel caso degli Stati Uniti. Affermazione tanto più preziosa in questa stagione in cui diversi segnali paiono indicarci che la nostra società ha smarrito e fatica a ritrovare il senso della propria identità come collettività, complesso articolato di persone e situazioni che non sono solo giustapposte ma che, consapevoli o meno, formano un unico corpo sociale. Quando, sempre più raramente, non si assiste a continui conflitti verbali, si arriva al massimo a parlare di ricerca di soluzioni “bipartisan”, denotando così uno slittamento non solo semantico dal concetto di “insieme” a quello di convergenza di interessi contrapposti.

L’idea del “costruire insieme” la realtà in cui insieme si abita, la faticosa possibilità di creare una dimensione “terza” che aiuti tutti e ciascuno a riconoscersi appartenenti a un corpo vivente sembra confinata nell’utopia, in un non-luogo che appartiene più a un passato ideale che non a un comune futuro possibile. In questo senso il “nuovo inizio” auspicato da Obama è quanto mai benvenuto.

Ora, quando noi usiamo la parola «comune» e il sostantivo «comunità», affermiamo una realtà che è il contrario di «proprio», di «proprietà». Sì, ciò che è comune non può essere «proprio», «mio», «tuo», perché appartiene a molti, a tutti. La koinonía della cultura greca e poi del Nuovo Testamento è questa realtà in cui tutto è messo in comune, tutti partecipano a una realtà che appunto è comune, e in cui ognuno è koinonós, partecipante, comunicante con altri. Ma la radice di communitas può essere fatta risalire pure a cum-munus, dono ma anche “dovere” comune: la comunità come condivisione del dono, del dovere, della responsabilità. Questa communitas dunque non fa accedere a una proprietà, ma anzi espropria i membri della comunità della loro proprietà più propria, della loro soggettività. Essi devono uscire da se stessi, sentirsi mancanti e «donati a», aperti alla comunione. Nessuna appropriazione, perché prendere parte, entrare nella communitas significa condividere con gli altri, esporsi all’altro: movimento che immette in un circuito di gratuità in cui vi sono e permangono «virtù della dipendenza riconosciuta» e «virtù di un agire razionale indipendente», come ricorda Roberto Esposito.

Insomma, la comunità – da quella più ristretta di una condivisione totale di vita a quella a dimensione nazionale, fino alla grande comunità umana che unisce l’intera umanità – è l’insieme di persone unite non tanto da un possesso, da una proprietà, da un “di più”, ma da un “di meno”, da un debito che ciascuno vive verso gli altri. Questo debito che è anche un dono non è un debito di qualcosa, bensì un debito che comporta un dare se stessi: è un dare la propria presenza fino a dare la propria vita. Per entrare nella communitas occorre innanzitutto sentire la propria vita, la propria presenza tra gli altri come un debito e un dono nello stesso tempo. Io sono nella comunità per l’altro, soprattutto la mia presenza, l’essere là concretamente è per l’altro, per gli altri. La domanda che è posta come essenziale sull’architrave della porta di ogni comunità è: «Dov’è tuo fratello?» (Gen 4,9), il che significa: tu sei custode dell’altro, ne sei responsabile e, dovendo sapere dov’è l’altro, devi dare all’altro il tuo volto, la

tua presenza. È così che inizia il riconoscimento della fraternità. L’altro, che è altro e tale deve rimanere, va riconosciuto mettendomi accanto, di fronte, rendendomi presente a lui, accettando di

incontrarlo e di renderlo prossimo, vicino: il prossimo è colui che io decido di incontrare, e più lo avvicino più lo rendo fratello. In questo dare la propria presenza sta il dare ascolto all’altro. Dare ascolto è più pregnante del semplice ascoltare, è fare dono all’altro di una presenza ascoltante: lascio che l’altro sia accanto a me, di fronte a me, lascio che lui/lei mi parli attraverso tutta la sua persona (il suo corpo, il suo vestito, il suo linguaggio, il suo profumo, il suono della sua voce…). Questo essere presente all’altro è inoltre sempre anche dono del tempo: attendere l’altro, «sacrificare», «fare sacrificio» del proprio tempo, il che è anche fare sacrificio della propria vita.

E perché questa presenza, questa responsabilità, questa apertura all’altro che accende la fraternità? Semplicemente perché l’altro ci impone di avere cura di lui in virtù della sua presenza, del suo volto che è il nostro volto segnato dalla morte. La «responsabilità» per l’altro – ci ha insegnato Lévinas – è «la struttura essenziale, primaria e fondamentale della soggettività». Io sono in quanto sono per gli altri ed « “essere” ed “essere per gli altri” sono in pratica sinonimi», ha scritto recentemente Zygmunt Bauman. Io non esisto senza un tu, un voi, sono un volto e un nome, sono ciò che l’altro vede e chiama. Ciò che è più mio è detto dall’altro, riconosciuto dall’altro, sicché io ho bisogno dell’altro per vivere. Ecco dove nasce la communitas: «io ho bisogno di te», e quando dico di non avere bisogno dell’altro lo uccido, uccido la communitas.

Non si tratta di avere un’immagine idillica della comunità, ma di tracciarne il movimento: dalla presenza al dono della vita attraverso la difficile arte del riconoscimento dell’altro, dell’assunzione della responsabilità dell’altro, dell’accendersi della fraternità e del viverla esercitandosi nell’amore. Ma è bene evidenziare anche il caro prezzo che comporta l’accettare questa dinamica. Infatti non appena acquistiamo consapevolezza di essere membra della “comunità umana” e soprattutto quando entriamo liberamente a far parte di una comunità vitale più ristretta, ci accorgiamo che la comunità è luogo di epifania della povertà, della debolezza, anche del male che abita ciascuno. Paradossalmente, proprio vivendo accanto all’altro, dando ascolto all’altro, tenendo conto dell’altro, io sono condotto a vedere e quindi a riconoscere tutto ciò che è in me, anche ciò che contraddice la comunità eppure mi abita e mi limita. Finché uno è nello spazio dell’immunitas, può pensare a se stesso senza contraddizioni; la comunità invece obbliga al confronto e ad accogliere dall’altro il rifiuto di ciò che in me è contraddittorio alla comunicazione, all’incontro e alla condivisione. Nell’accettare la presenza dell’altro accanto a me scopro la possibilità della concorrenza, della competitività: giudico l’altro migliore o peggiore di me, comprendo che egli mi chiede di misurarmi, con i miei doni e i miei limiti. E infine si manifesta il richiamo dell’io individuale «senza gli altri» e più facilmente «contro gli altri»: un richiamo prepotente che vorrebbe sfuggire al camminare insieme, per fare invece il proprio cammino; che vorrebbe sfuggire allo scegliere insieme tra diverse possibilità, al saper a volte rinunciare al proprio punto di vista per sottomettersi alla volontà degli altri. La comunità non può essere «la comunità per me» ma richiede che «io sia per la comunità»: ecco il passaggio dall’egoismo alla fraternità, alla solidarietà, all’amore. La comunità è il luogo della vera ars amandi in cui il sacrificio diventa necessario: sacrificio come dono del tempo, della mia presenza, delle mie forze, come sottomissione al bene comune delle mie esigenze e delle mie idee. In essa si sperimenta l’arte di decidere ogni giorno di amare il non amabile, di credere all’amore anche nel rapporto con l’antipatico, di tentare di accendere l’amore per il nemico, di saper attendere e perdonare, di ricominciare ogni rapporto che sembra spegnersi… C’è ancora posto, nella comunità globale in cui ci è dato di vivere, per questa utopia del costruire insieme?

 

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