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Una fede da vivere senza puntelli

Di Angelo Bertani

Rifiutare il fatalismo come alibi dell’ignavia che è un peccato profondo, pericoloso terribile per i cristiani e per i cittadini. Fare ciascuno qualcosa, ogni giorno, per la casa comune; anche se essa non è ancora una realtà compiuta ma solo un progetto, un processo, una speranza. Con un grande rispetto, una discrezione verso ciascuno, anche se la pensa diverso da noi, anche se agisce in modo non comprensibile. È l’ideale di un nuovo umanesimo, con poche strutture architettoniche e molta forza dello spirito. Nessuno come Aldo Moro ha espresso questa speranza.

Scriveva Aldo Moro, nell’articolo pubblicato su Il Giorno per la Pasqua del 1977, l’ultima che visse prima di subire la violenza: «Non è importante che pensiamo le stesse cose, che immaginiamo e speriamo lo stesso identico destino; ma è invece straordinariamente importante che, ferma la fede di ciascuno nel proprio originale contributo per la salvezza dell’uomo e del mondo, tutti abbiano il proprio libero respiro, tutti il proprio spazio intangibile, nel quale vivere la propria esperienza di rinnovamento e di verità, tutti collegati l’uno all’altro nella comune accettazione di essenziali ragioni di libertà, di rispetto e di dialogo.

La pace civile corrisponde puntualmente a questa grande vicenda del libero progresso umano, nella quale rispetto e riconoscimento emergono spontanei, mentre si lavora, ciascuno a proprio modo, ad escludere cose mediocri per fare posto a cose grandi». Da una seria analisi del trapasso storico, epocale, nasce anche un giudizio sul presente e soprattutto l’indicazione di una strada difficile e “penitenziale” anche per la presenza dei cristiani al servizio della società civile. Credo che oggi Bachelet accoglierebbe la provocazione dell’ultimo Dossetti. Anzi in un certo senso si può dire che l’abbia anticipata, con la scelta religiosa, associativa e formativa. «Dobbiamo convincerci che tutti noi, cattolici italiani, abbiamo gravemente mancato, specialmente negli ultimi due decenni, e che ci sono grandi colpe (non solo errori o mere insufficienze), grandi e veri e propri peccati collettivi che non abbiamo sino ad oggi cominciato ad ammettere e a deplorare nella maniera dovuta.

I battezzati consapevoli devono percorrere un cammino inverso a quello degli ultimi vent’anni, cioè mirare non ad una presenza dei cristiani nelle realtà temporali e alla loro consistenza numerica e al loro peso politico, ma ad una ricostruzione delle coscienze e del loro peso interiore, che potrà poi, per intima coerenza e adeguato sviluppo creativo, esprimersi con un peso culturale e finalmente sociale e politico. Ma la partenza assolutamente indispensabile oggi mi sembra quella di dichiarare e perseguire lealmente – in tanto baccanale dell’esteriore – l’assoluto primato dell’interiorità, dell’uomo interiore».

Niente pessimismi. Ma i cambiamenti ci sono e ci saranno. Per questo aveva pensato alla “scelta religiosa”, che è l’intuizione più lucida e realistica del postconcilio. Se il cambiamento socio-culturale è così epocale, se manca unacultura capace di interpretare e guidare gli avvenimenti, non serve dedicarsi ai piccoli restauri. Bisogna cambiare profondamente, ricostruire daccapo, poggiando su solide fondamenta. Nessuno ci garantisce il successo, ma noi dobbiamo impegnarci.

E quali fondamenta sono più solide del nucleo essenziale della fede, il Vangelo e l’amore di Dio? Dunque ripartiamo di qui. E ciò significa ripartire dalla coscienza di ogni uomo, dalla fede nuda e pura, come diceva Dossetti.
«Vivremo sempre di più la nostra fede senza puntelli, senza presidi di sorta, umanamente parlando. Destinati a vivere in un mondo che richiede la fede pura. Potremo attingere soltanto alla fede pura, senza poggiare in nessun modo su argomenti umani. Nessuna ragione, nessun sistema di pensiero, nessuna organicità culturale, nessuna completezza e forza di pensiero organico, costruito, potrà presidiare la nostra fede.

Sarà fede nuda, pura, fondata solo sulla parola di Dio considerata interiormente. Non potremo attingere a niente, a nessuna sintesi, a nessuna summa; Può darsi che i geni, che l’umanità può ancora far nascere dal suo seno, possano esprimere una nuova sintesi culturale adeguata al Vangelo. Ma è molto, molto, molto, sempre più difficile. E non avremo il conforto in nessuno dei piccoli nidi sociali che siano omogenei e sostengano la nostra vita evangelica. Come non lo avremo più nessuno di noi nel nostro Paese. Quegli ultimi nidi, quelle ultime nicchie “covanti” ed un poco facenti calore, un certo tepore…sarà molto difficile che si riproducano. E invano si cercherà di riprodurli. Anzi, ogni tentativo di ricostituire, o di dar da bere che si può ricostituire una sintesi culturale o una organicità sociale che presidi e che difenda la fede sarà sempre un tentativo illusorio, …anche se una certa tentazione è sempre rinascente. Forse già in questi giorni si cerca di preparare nuovi presidi, nuove illusione storiche, nuove aggregazioni che cerchino di ricompattare i cristiani.

Ma i cristiani si ricompattano solo sulla parola di Dio e sull’Evangelo! E sempre più dovremo contare esclusivamente sulla parola del Signore, sull’Evangelo riflettuto, meditato, assimilato. Non guardando fuori, non appoggiandoci ad altri che possano in qualche modo consentire col nostro pensiero, ma guardando noi stessi ed ascoltando interiormente la testimonianza dello Spirito che ci attesta che Gesù è vero, che vive ed è eterno. Sì, c’è la Chiesa, ma anche essa SE non si fa più spirituale, anziché cercare dei sostegni, dei puntelli delle aggregazioni sociali di ogni tipo, delle cose che avrebbero dovuto ormai persuadere che non tengono…che non sono adeguate alla verità del tutto divina che noi professiamo, la Chiesa stessa se non si fa più spirituale non riuscirà ad adempiere alla sua missione di collegare veramente i figli del Vangelo!».

Per ora – ad essere sinceri – si vedono più le difficoltà e le novità esteriori piuttosto che questa rinascita interiore, profonda. E i giovani, che sono frastornati e delusi, trovano pochi educatori e pochissimi maestri, ma piuttosto un’infinità di pedagoghi, organizzatori e anche sfruttatori. Al disagio giovanile si risponde coi consumi, il volontarismo ambiguo, la manifestazioni esteriori, talora l’evasione in un mondo spettacolare e permissivo…
La difficoltà più profonda riguarda la trasmissione della fede. Qualcuno organizza pure dei festival o cose simili. Il dramma è che ci sono poche persone animate dalla passione educativa, per aiutare i giovani a scoprire quello che possono diventare per gli altri. Ci sono pochi educatori anche nella scuola e nella Chiesa, non è più un mestiere di moda, e la stessa Ac è anche oggi controcorrente, come cominciava ad esserlo ai tuoi tempi…. Eppure quel che vale davvero si vedrà…

Pensava infatti che i cambiamenti, il “trapasso epocale” che caratterizza il nostro tempo, non devono spingere i cristiani a restaurare vecchie forme di cristianità “costituita” sulle abitudini, il conformismo, le nostalgie e i poteri terreni. Bachelet era convinto che un modo tradizionale di incarnazione della fede nella società si stava concludendo e che il problema non era quello di resistere ostinatamente o di restaurare via via quello che i cambiamenti facevano crollare, quanto piuttosto quello di ritrovare i valori essenziali e ripartire di lì a costruire (in un’opera di largo respiro e di lungo tempo) una nuova forma di presenza del Vangelo nella storia. Questo, del resto, era anche lo spirito del Concilio, pur in una giusta preoccupazione di gradualità e nel rispetto della fede dei semplici e degli anziani.

Bachelet, nella prima assemblea nazionale dopo il nuovo Statuto, nel 1970, dirà così: «In passato l’ Ac ha fatto molte varie e nobili cose; ma ora ha ritenuto che fosse suo compito proprio puntare sui valori essenziali dell’annuncio evangelico e della vita cristiana concorrendo con il proprio apporto agli aspetti più sostanziali e profondi della costruzione e missione della Chiesa». Questo è il senso, a me sembra, della scelta religiosa e della intuizione di Bachelet: che l’attuale cambiamento storico è profondo e non superficiale; è irreversibile e non provvisorio; e apre una nuova pagina di storia dell’umanità. Una pagina nella quale è inutile voler copiare le stesse parole delle pagine precedenti, ma nelle quali è invece necessario far vivere lo stesso spirito. Ecco perché anziché difendere tante cose secondarie bisogna riscoprire e far rivivere quelle essenziali, e solo quelle. Come un pellegrino che deve compiere un lungo cammino, dirà poi Alberto Monticone, e che deve mettere nella sua bisaccia tutte e solo le poche cose essenziali. Questa è la scelta religiosa, la scelta dell’essenziale; una scelta che consente la più coraggiosa e intelligente apertura alla novità, al cambiamento; e al tempo stesso la più radicale coerenza alla identità profonda del cristiano, e la più coerente fedeltà (creativa!) alla democrazia.

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