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Cosa vuol dire “cambiare”? Dove contenere il “nuovo”?

Don Dario Vivian, teologo

Parto dal Vangelo di Luca 5, 36-39:
“Diceva loro anche una parabola: Nessuno strappa un pezzo da un vestito nuovo per attaccarlo a un vestito vecchio; altrimenti egli strappa il nuovo, e la toppa presa dal nuovo non si adatta al vecchio. E nessuno mette vino nuovo in otri vecchi; altrimenti il vino nuovo spacca gli otri, si versa fuori e gli otri vanno perduti. Il vino nuovo bisogna metterlo in otri nuovi. Nessuno poi che beve il vino vecchio desidera il nuovo, perchè dice: Il vecchio è buono!

Questa parabola parla del cambiamento: ci invita ad avere una visione globale del nuovo, non basta “strappare” una singola novità… perché non si adatta a tutto il contesto nuovo più ampio.

Chiamiamo cambiamento quello che è una moda?

Il cambiamento è inserito in una visione globale, la moda è un segmento rinnovato su una logica di pre-esistente.
Il cambiamento non è semplicemente tentativo, compromesso… non è nel senso di “o tutto o niente” perché ci renderebbe immobili… ma è ciò che ci permette di vivere una scelta.
Avviene lì dove ci si esprime per cambiamenti piccoli e limitati, purchè siano frutto di scelte e non di “non scelte”.

“dove contenere il nuovo?” … il nuovo ha bisogno di un suo spazio, per essere davvero accolto, non basta concretizzare un cambiamento, serve predisporre i contenitori per il nuovo.

Quali sono?
Predisporre noi stessi ad accogliere il cambiamento chiede una revisione totale della vita… la conversione domanda una totalità… non tanto una totalità che si rende evidente subito dall’esterno o che si misura necessariamente su aspetti esteriori radicali, ma che porta a una virata profonda di riferimenti ed orizzonti.

Otre nuovo è anche ambiente comune per accogliere il nuovo: non basta lavorare su di noi, ma predisporre una modalità che veda altri accanto a noi, vivere cambiamenti condivisi (gruppi, persone che comunicano, persone che creano alleanze…  non realtà intimistiche… ): la solidarietà che ci vede legati gli uni agli altri chiede “laboratori di cambiamento”… pezzetti di terreno da lavorare insieme (quella terra promessa di cui si parla nelle scritture… in realtà è una terra che passa attraverso passaggi molto piccoli: il primo pezzetto è la tomba per il corpo di Sara… )

Terzo passaggio: una sfida educativa che cambi la modalità… il rinnovamento culturale dentro cui siamo impegnati… che passa attraverso la comunicazione intergenerazionale, gli spazi comuni di creazione di pensiero… 
Gesù ha consapevolezza della difficoltà del cambiamento: “chi beve il vino vecchio, lo apprezza” … ironia tagliente di Gesù… il fascino di ciò che è conosciuto, rassicura, fa presa… ci invita a tornare a ciò che abbiamo già fatto anche se siamo consapevoli che ci si imprigiona… Preferiamo rifugiarci in una schiavitù conosciuta piuttosto che ricercare la libertà non ancora ben individuata

Questo cambiamento ha una direzione, una bussola rispetto alla quale possiamo leggerlo e verificarlo?
Gesù è il vero cambiamento, nel suo evangelo ciò che è veramente nuovo è il grande annuncio del regno, un regno già presente in mezzo a noi, anche se nella modalità del seme (regno piantato nella storia dell’uomo con la sua pasqua)

Mc 1, 14-15 “il Regno di dio è vicino, convertitevi e credete”
Il Eegno che viene è ciò che dovremmo percepire per intuire la direzione e verificarla: affinare vista e udito per metterci in sintonia con le modalità con le quali il Regno viene… per poter far spazio a un autentico cambiamento; affinare la capacità di percepire.

Parabole… sono spiazzanti, non sono per i semplici (è errato pensare che le parabole siano “favole” o di immediata comprensione).

Questo Regno che viene ci spiazza perché…
il Regno viene dai poveri (povero come antagonista rispetto alla figura di chi compra, di chi manovra la stanza dei bottoni).
Gesù stesso nasce alla periferia dell’impero, in una realtà insignificante, da una famiglia sconosciuta… il nuovo va avanti partendo dagli ultimi, grazie “al resto”… resto come anche scarto… il servo di Dio (II Isaia… l’uomo dei dolori… simbolo del popolo).

Chi ricostruirà il nuovo? Un altro popolo vincente? Che si sostituirà alla forza esistente e predominante? O la massa dei popoli?
Il nuovo viene dai margini. Gesù è un profeta marginale, e si mantiene al bordo.
La dimensione di novità parte da ciò che viene letto marginale, a partire da ciò che è piccolo e non da ciò che si impone.
Viene chiesta anche la capacità di farci carico che ciò che è piccolo venga ascoltato, gli venga dato fiato.
Cosa vuol dire questo all’interno della Chiesa, come istituzione? Ha la capacità d’intuire il piccolo che va ascoltato e che è principio inizio di novità? Il rischio è di affidarsi a cose già avviate, che siamo convinti funzionino.
Il carisma più grande… alimentato dallo Spirito… dovrebbe servire a dar fiato ai piccoli carismi che altrimenti rischiano di spegnersi. L’istituzione Chiesa dovrebbe avere un’attenzione al piccolo, al diverso.

Il regno viene dal profondo… non da ciò che semplicemente cambia il look.
Il cambiamento “è presso di voi, è dentro di voi”.. non basta che sia esterno, parte dal dentro.
Prima lettera di Pietro 1, 3-4: “cercate piuttosto l’uomo nascosto del cuore”, la dimensione d’interiorità profonda del cambiamento.
Dossetti: “in questo baccanale dell’esteriorità, la scelta privilegiata dev’essere quella dell’uomo interiore, che non è intimismo”.

Qual è il paradigma significativo del cambiamento? è il paradigma della Pasqua.
Il cambiamento può avvenire solo in un passaggio pasquale… passaggio dalla luce alle tenebre, dove anche noi veniamo alla luce (non a caso usiamo questa terminologia per la nascita di un bambino).
La Pasqua non può essere un passaggio di semplice continuità e indolore: il nuovo viene secondo la modalità del parto.
Le doglie ci devono essere, ci dev’essere il trauma: dalla sofferenza della croce viene il nuovo.
Rinascere dall’alto… dall’alto della croce!

Dal costato escono sangue ed acqua… noi siamo nati dall’acqua e dal sangue…
Qualcosa cambia se accettiamo una dinamica pasquale nella nostra vita, individuando ciò che deve morire per rinascere.

Salvaguardia del creato:
Da una logica cosmo centrica (una logica data dall’ordine cosmico a cui adeguarsi – noi siamo dentro a una realtà già determinata, richiede in noi l’adattamento) siamo passati, con la modernità, a un paradigma antropocentrico: l’uomo signore del creato (come dice la Bibbia), del cosmo da “sfruttare”.

Un altro passo, nell’oggi: il biocentrismo; la logica porta al centro la vita, s’impone con una prospettiva problematica:
l’uomo è parte di questa vita più grande di se, ma non ha potere su questa.

Questo rapporto con il creato si può sintetizzare attraverso il sabato della creazione: quel sabato ha un doppio volto:
– l’approdo contemplativo della creazione, lo spazio entro cui la creazione viene contemplata
– la creazione domanda di essere coltivata;  creatura… è un participio futuro… l’esatto contrario di qualcosa che c’è già e che non si può toccare. L’uomo è creato creatore, si deve immergere per plasmare il mondo per essere sempre più creatura e misura di ciò che deve essere.

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