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Noi tutti, cattolici inquieti o smarriti | Ferruccio De Bortoli

15 Giu

Il laicato italiano e la contemporaneità

La crisi dei corpi intermedi e delle associazioni politiche e sindacali contrasta nel nostro Paese con un particolare fermento delle attività legate al volontariato. La voglia di partecipare e di occuparsi degli altri è più alta di quanto non lasci supporre l’astensionismo elettorale e la caduta di iscritti a partiti e sindacati. L’Azione cattolica non è stata immune dal fenomeno diffuso di un affaticamento associativo e, per lungo tempo, non si sono scrollate di dosso l’eredità novecentesca. Devo confessare che, a volte, ho avuto la netta impressione che…

nel mondo dell’associazionismo laicale cattolico, la nostalgia del passato prevalesse sulla fiducia nel futuro. Devo riconoscere che oggi l’Azione cattolica ha trovato un concreto impulso con la nuova dirigenza e con il ringiovanimento dei propri ranghi. E soprattutto con la salutare sferzata che hanno ricevuto da papa Francesco, in particolare con la Evangelii Gaudium e con gli ultimi congressi eucaristici, oltre che con il sinodo delle famiglie.

Il titolo Credenti inquieti del libro di Matteo Truffelli è particolarmente felice. Io avrei aggiunto un sottotitolo su come recuperare i credenti smarriti, categoria alla quale mi iscrivo. Perché vorrei parlare di quelli smarriti prima che degli inquieti. Perché secondo me questo è il tema da non trascurare nel momento in cui il sinodo della famiglia, raccogliendo nell’anno della misericordia, il messaggio pastorale di Francesco, apre ai divorziati i sacramenti e allarga le braccia verso i cristiani ai margini della Chiesa. Spendo solo poche parole su questo punto. Io non vorrei che, diversamente da quanto è accaduto in molti tornanti storici, che il freno all’apertura, direi conciliare, alla modernità venisse dalla base anziché dal vertice della Chiesa. E secondo me l’Azione cattolica può svolgere in questa direzione un ruolo ancora più prezioso. I credenti smarriti vanno recuperati dimostrando la forza del messaggio evangelico, la sua straordinaria modernità ma senza nascondere i problemi e le piaghe della presenza cattolica nel nostro Paese. Io ho l’impressione – e scusatemi se faccio questa provocazione – che a volte l’imperizia nel gestire i beni ecclesiastici, l’autoreferenzialità del potere curiale, siano giudicati da gran parte dell’associazionismo cattolico, voi compresi, come mali inestirpabili. Antichi e ineliminabili. Questo è un tema – il rispetto delle regole e della legalità – che deve essere accompagnato con atteggiamenti coerenti e rigorosi. Nel capitolo del libro di Truffelli dedicato al bene comune, in cui viene approfondita la dimensione sociale dell’evangelizzazione, si ricordano le parole di Vittorio Bachelet, che pagò con la vita la sua missione di credente inquieto. A proposito quanti se lo ricordano? La scelta religiosa, l’impegno nella carità, lo slancio verso la misericordia non giustificano alcun lassismo. Il bene non richiede scorciatoie legali né furbizie o promiscuità di ordine morale. Ma nel pensiero di Bachelet che anticipa Francesco – anche se non lo si può dire – la scelta religiosa comporta un rispetto ancora più rigoroso della legge. Ma se è così, non si capisce perché non vi sia una denuncia più forte di comportamenti sleali o infedeli, anche e soprattutto dal punto di vista amministrativo, nella gestione del denaro con il quale si fa il bene. In Evangelii gaudium è forte il richiamo del pontefice a sconfiggere l’“accidia pastorale” e a combattere le “malattie curiali”. Ma non è raro pensare che il Pontefice in qualche sua battaglia su questo fronte, non dico che sia solo ma certamente non ha tutto il suo gregge dietro di sé. «L’importante è non camminare da soli – scrive Francesco – contare sempre sui fratelli e specialmente sulla guida dei vescovi, in un saggio e realistico discernimento pastorale». Se lo ascoltiamo, dobbiamo anche sperare che questo passo valga anche per la sua figura, così importante per il mondo intero.

Mi scuso per questa digressione sui credenti smarriti e arrivo a quelli inquieti che, evangelicamente, devono gettare le reti dalla parte giusta della barca. Il libro di Truffelli offre numerosi spunti di riflessione su quello che deve essere l’impegno del laicato. Alle cinque vie (uscire, annunciare, abitare, educare, trasfigurare) ne aggiungerei una che, in termini di comunicazione, rappresenta l’essenza della multimedialità: condividere. La condivisione è la dimensione delle comunità virtuali, la chiave di accesso alle nuove relazioni che però, troppo spesso,

si risolve in una sommatoria di solitudini, in una moltiplicazione degli egoismi o delle vanità personali. Io mi auguro che, nell’impegno sociale di un cristiano, vi sia anche la volontà di rivalutare le relazioni dirette, il contatto fisico, il dialogo guardandosi negli occhi, senza distrazioni. Spero che la condivisione delle idee e delle emozioni in Rete si trasformi in compartecipazione, in un riconoscimento dell’altro come prossimo e non, come avviene troppe volte, nello specchio di noi stessi. Ecco, io penso che i credenti inquieti, possano dare molto su questo versante, possano rivalutare il significato della cittadinanza strappandola alla deriva dei sudditi inconsapevoli.

C’è un’altra considerazione che trae spunto dalla lettura del libro di Truffelli. La nostra è una società un po’ incupita e sfiduciata, piena di risentimenti che sfociano nell’indifferenza o nel voto per dispetto o negazione. Quando si dice, riprendendo le parole di Francesco, che «bisogna testimoniare il Vangelo con gioia» e non essere «cristiani che sembrano avere uno stile di quaresima senza la Pasqua», ebbene si risponde nel modo migliore a una delle più insidiose trappole contemporanee. E se volete è anche questa una ricaduta di un certo materialismo un po’ cinico e beffardo. La trappola di cui parlo è quella che attenta una società invecchiata nella quale c’è poco posto per l’infanzia e la procreazione, con troppe famiglie mononucleari. Ripiegata su se stessa, incapace di coniugare i verbi al futuro, che trasmette alle nuove generazioni un senso di rassegnazione.

Un’ultima annotazione. Le parrocchie sono isole di misericordia in mezzo al mare dell’indifferenza, dice Francesco. Il compito di evitarne l’isolamento spetta anche all’Azione cattolica che è il collante storico fra la Chiesa e la società. Parliamo molto dei sacerdoti che sbagliano, e non sono pochi. Parliamo poco dei tantissimi che non solo fanno il bene, ma si accollano in numerosi luoghi di frontiera del nostro Paese di oneri e responsabilità che prima spettavano a rappresentanti dello Stato oggi in ritirata. Sono eroi, poco riconosciuti, di una frontiera invisibile che taglia in diverse parti l’Italia. Noi tutti, cattolici inquieti o smarriti, abbiamo il dovere di dimostrare la straordinaria profondità del tessuto di bene di cui beneficia la collettività. La dottrina sociale della Chiesa è un ancoraggio prezioso per ragionare sull’estensione delle disuguaglianze, sulle nuove povertà, non solo materiali. Il concetto, assai di moda oggi, di bene comune (che poi è la sharing economy) fa parte della migliore tradizione da una Chiesa che si apre e accoglie e combatte l’onda crescente di nazionalismi e populismi. Quando si parla di micro-credito, per esempio, non dovremmo dimenticarci che tutto nasce nell’Italia medievale con le misericordie e che il concetto anglosassone di charity è una derivazione di un concetto cristiano di carità, cioè il profondo rispetto del prossimo, senza alcun calcolo fiscale. E lo stesso potremmo dire del cosiddetto give back, che è la traduzione del senso cristiano della riconoscenza e della responsabilità verso la comunità nella quale si vive. Insomma, in conclusione sono molti i compiti attuali dell’Azione cattolica, nella sua rinnovata veste. Perché non è solo una testimonianza evangelica d’amore nei confronti degli altri, ma è anche un presidio insostituibile di cittadinanza.

Ferruccio De Bortoli è stato due volte direttore del Corriere della Sera, dal 1997 al 2003 e dal 2009 al 2015, nonché direttore del Sole 24 Ore dal 2005 al 2009. Dal 2015 è Presidente dell’Associazione Vidas di Milano. Attualmente è presidente della casa editrice Longanesi.

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Pubblicato da su giugno 15, 2016 in Generale

 

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