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Ri-fondarsi mettendo al centro l’uomo | di Edoardo Zin

09 Mag

Condividiamo questo articolo in occasione dell’anniversario della Dichiarazione di Schuman e festa dell’Europa,
pubblicato nel sito dell’AC nazionale.

La Gaudium et Spes, la costituzione conciliare sul rapporto tra Chiesa e mondo contemporaneo, afferma che ogni battezzato è chiamato alla santità: anche praticando il suo impegno nella vita sociale e politica. Molti di noi hanno incontrato lungo il loro cammino persone che, nella vita di ogni giorno, hanno glorificato il Signore e testimoniato la loro fede con le opere buone. I santi non sono superuomini, sono persone che passano accanto a noi distribuendo sapienza del cuore e irradiando amore. Già un maestro taoista cinese scriveva molti secoli prima di Cristo: “Il santo indossa abiti civili, ma nasconde le gemme nel petto”.
Anche chi è chiamato a guidare i destini dei popoli e a governare è chiamato alla santità. L’agiografia cristiana è piena di re e regine che hanno vissuto asceticamente nelle loro fortezze terminando la loro vita nei monasteri, o che hanno salvaguardato le attese della Chiesa o promosso crociate. Vivevano nella cristianità, in un tempo fondato sull’identificazione tra trono e altare.


Dopo il Concilio Vaticano II, la Chiesa “non pone la sua speranza nei privilegi offertile dall’autorità civile”, ma chiede a chi è impegnato in politica di agire a suo rischio e pericolo senza compromettere la Chiesa. Chiede al laico cristiano impegnato nell’azione sociale e politica di essere coerente con la sua fede vivendo una spiritualità inserita nella storia, camminando tra le strade del mondo promuovendo il bene comune, fine primario della politica.
È quello che fece Robert Schuman, il ministro degli esteri francese, che il 9 maggio 1950 con la sua celebre dichiarazione iniziò il processo d’integrazione europea. L’Unione Europea è iniziata quel giorno. Dopo gli orrori di un secolo di violenze inaudite, Schuman, cittadino di una nazione vincitrice, tese la mano a un popolo vinto, quello tedesco, e pose nella riconciliazione tra i due popoli la pietra angolare di una comunità di Stati desiderosi di mettere in comune non solo le materie prime estratte dalle miniere, il ferro e il carbone, ma soprattutto le attese di pace, la solidarietà che doveva cementare tutti i Paesi che avessero voluto aderire alla “comunità” (termine fino ad allora sconosciuto e che entrò allora per la prima volta nei trattati internazionali!), la super-nazionalità e non un’associazione di esecutivi.
Il ferro e il carbone, estratti dalle miniere della Francia a della Germania, il cui possesso era stato occasione della guerra franco-prussiana e di due guerre mondiali, necessari per le industrie belliche, venivano “messi in comune”, sotto la sorveglianza non dei sei Paesi che aderirono all’appello di Schuman (oltre la Francia e la Germania, accolsero l’invito di Schuman anche l’Italia guidata

da De Gasperi, il Belgio, il Lussemburgo e i Paesi Bassi), ma di un’autorità indipendente e sovrana.
Era questo il primo passo verso “realizzazioni concrete” per “salvaguardare la pace”. Prima ancora di incominciare a costruire l’edificio politico-economico europeo, Schuman offrì il perdono, frutto dell’ispirazione cristiana che lo animava, come base su cui costruire la comune casa europea. Non si sarebbe potuto iniziare un cammino comune, se prima non si fossero abbandonati i tentativi di rivincita e i nazionalismi. Atto, quello di Schuman, altamente morale prima che politico, “spirituale” lo definisce Jacques Delors. Atto degno di un profeta, che non calcola secondo logiche economiche o scaltrezze diplomatiche, ma che si sforza di realizzare un disegno che gli proviene dalla sua interiorità.
Un gruppo di laici cristiani di diversi Paesi d’Europa ha chiesto alla Chiesa che Schuman sia dichiarato santo, avendo egli vissuto in forma eroica le virtù cristiane. Il processo canonico, apertosi nella diocesi di Metz (Francia), dove Schuman passò gran parte della sua vita, ha concluso la sua prima fase. Ora tutte le testimonianze raccolte sono state depositate presso la Congregazione dei Santi.

L’artigiano di pace Schuman (1866 – 1963) ha vissuto il suo impegno laicale dapprima preparandosi alla professione di avvocato frequentando diverse università dove partecipava alle attività spirituali, caritative e formative dell’Unitas (la Fuci tedesca), successivamente come presidente diocesano della Gioventù Cattolica e poi nell’azione politica che visse ininterrottamente – tranne il periodo dell’occupazione nazista – dal 1919 al 1962. Fu deputato, ministro delle Finanze, presidente del Consiglio, ministro della Giustizia, primo presidente del Parlamento europeo. Schuman viveva la politica come servizio e non come potere o affermazione di sé. Non c’era nel “padre dell’Europa”, come lo definì il Parlamento europeo, alcuna ambizione umana, desiderio di potere, carrierismo rampante. Non cedette mai alle tentazioni della visibilità, della ricchezza e del compromesso ad ogni modo. Il suo animo mite e umile era disarmato proprio come quello di un profeta biblico che pone totale fiducia nel Signore.
Si abbandonò totalmente al disegno di Dio su di lui. Si considerò “strumento di Dio” e s’impegnava “tutto per il Signore”. Un suo capo di gabinetto, che deve la sua conversione alla prossimità con il servo di Dio, così descrive il suo ministro: “Robert Schuman non è stato solo un grande uomo di Stato, ma anche un uomo di Dio nel senso più vero del termine. In lui, caso raro, con umiltà e senza ostentazione, politica e carità si sono trovate unite e riconciliate nella doppia inclinazione che ha impegnato e ispirato tutta la sua vita. Santità personale e bene comune erano per lui un solo fine. E con la sua vita ha testimoniato che esse non sono incompatibili”.
Schuman non ha preveduto l’avvenire dell’Europa, ma l’ha pensato e preparato: desiderava ardentemente che le generazioni successive alla sua conoscessero un periodo di pace e di prosperità economica.

L’Europa stanca, depressa, autoreferenziale di oggi deve ri-fondarsi mettendo al centro della sua azione l’uomo con le sue attese e aspirazioni. Deve riconciliarsi con la sua storia, con le sue radici che rimandano al seme sparso dalla Buona Novella proclamata da Gesù. Deve riappropriarsi della sua identità culturale che è molteplice nella sua diversità, ma unita da vincoli non solo tecnici, ma altresì spirituali e umanistici. Ha bisogno soprattutto di politici come Schuman che non era solo un leader, ma un modello di vita.
Per unificare l’Europa possono bastare trattati, convenzioni, direttive, leggi, ma per unire l’Europa occorrono chiarezza di visioni, larghi orizzonti, perseveranza, buona volontà. Ricordare il 9 maggio è ricordare Robert Schuman e guardare a lui per ricevere sprone a ri-fondare l’Europa per offrire a tutti spazi di solidarietà, di comprensione, di unità.

Ri-fondarsi mettendo al centro l’uomo

Edoardo Zin, Europeista convinto, ha insegnato nelle scuole europee di Mol (Belgio), Varese e Lussemburgo. Si interessa di storia dell’Unione europea e ha scritto diversi saggi su questo tema. È vicepresidente dell’Istituto “San Benedetto, patrono d’Europa”, postulante la causa di beatificazione di Robert Schuman

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Pubblicato da su maggio 9, 2016 in Generale

 

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