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L’ISIS nello scacchiere geopolitico | di Mostafa El Ayoubi

26 Ott

All’ultimo incontro del PLDM il giornalista Mostafa El Ayoubi ha proposto una panoramica geopolitca della situazione attuale all’interno della quale situare l’ISIS.

Riportiamo qui di seguito un suo articolo sul tema tratto dal sito confornti.net:

“L’ISIS nello scacchiere geopolitico”

Improvvisamente il mondo ha scoperto il problema «Stato islamico» dell’Iraq, ma in realtà esso era già operativo in Siria dal 2013, quando ha occupato diverse aree del Paese. Quando i jihadisti combattono in Siria sono considerati dei combattenti per la libertà, mentre quando si espandono in Iraq sono considerati dei terroristi. E intanto i mezzi d’informazione contribuiscono ad incrementare il terrore tra l’opinione pubblica internazionale ma non aiutano a inquadrare meglio questo fenomeno.

Il macabro gesto di decapitazione dei tre giornalisti occidentali da parte dei jihadisti dell’Isis, questa estate, documentato da video postati nella rete, ha creato in seno alla comunità internazionale un forte senso di terrore e insicurezza.

A partire da giugno, e nel giro di pochi mesi, lo Stato islamico dell’Iraq e del levante, Isis (sigla inglese per indicare il movimento), rinominato in seguito Stato islamico, è diventato di punto in bianco una grande minaccia per il mondo intero.

L’approccio sensazionalista dei media al fenomeno Daesh – così viene chiamato in arabo questo gruppo jihadista – ha contribuito ad incrementare il terrore tra l’opinione pubblica internazionale. Chiunque avesse visto la mappa del nuovo califfato islamico ipotizzato da Abu Bakr Al Bagdadi, capo del movimento, si sarebbe terrorizzato. I media mainstream hanno omesso di proporre all’opinione pubblica – quella occidentale in particolare – analisi oggettive contestualizzate per meglio inquadrare questo fenomeno.

Non si tratta di una omissione casuale: un’opinione pubblica mal informata è facile da condizionare. È facile quindi farle accettare determinate scelte politiche da parte di chi detiene il potere: la lotta contro Daesh significa impiego di ingenti forze armate e quindi enorme spesa militare con tagli all’istruzione, alla sanità e ad altri servizi. È il prezzo da pagare se si vuole stare al sicuro dal terrorismo. Come non accettare questo sacrificio?

È dal settembre 2001 che le grandi potenze occidentali dicono di combattere i terroristi. Eppure, più li combattono più questi ultimi proliferano.

I boia di Folly e dei due altri giornalisti sono allievi del boia dell’americano Nicolas Berg nel 2004, dei diplomatici russi nel 2006. Come mai, nonostante le cospicue risorse militari e finanziarie impiegate dagli Usa e dai suoi alleati europei nella guerra al terrorismo, quest’ultimo è sempre in buona salute ? Due potrebbero essere le tesi.

La prima: l’Occidente, nonostante la sua potente macchina militare e la sua sofisticata rete di intelligence, è stato incapace di sconfiggere gruppi armati non professionisti ripescati nelle paludi della povertà, dell’ingiustizia e del fanatismo religioso nei loro Paesi di origine.

La seconda: i movimenti jihadisti – da al-Qaeda a Daesh – sono funzionali all’agenda geopolitica degli Usa per mantenere una parte consistente del mondo sotto il suo dominio. I jihadisti in passato sono stati utilizzati in Afghanistan, nella Yugoslavia e di recente in Iraq, Libia e Siria. Stando a questa logica il terrorismo non va debellato, ma solo contenuto e indirizzato verso gli obiettivi prestabiliti. E all’occorrenza si interviene per frenare le folli ambizioni dei suoi leader e, se necessario, farli fuori: come suggerisce la «favola» di Bin Laden, ucciso e dato in pasto ai pesci nel mare.

Perché tutta questa gigantesca mobilitazione contro Daesh oggi?

Il movimento esisteva già in Iraq da tempo e si chiamava lo Stato islamico dell’Iraq. È diventato una minaccia globale solo a partire dal giugno scorso. Ma era già operativo in Siria dove, a partire dal 2013, ha occupato diverse aree di questo Paese. Perché allora quando i jihadisti combattono in Siria sono considerati dei combattenti per la libertà ma quando si espandono in Iraq sono considerati dei terroristi?

L’establishment siriano è considerato da Washington un ostacolo ai suoi interessi geostrategici nel Medio Oriente e un vettore di espansione per l’Iran e la Russia, e quindi deve essere eliminato a tutti i costi. Ma, non potendolo fare direttamente, gli Usa delegano – per conto terzi – questo compito ai terroristi di al-Qaeda e Daesh. Oggi i principali alleati degli Usa nella regione sono il Qatar, l’Arabia Saudita e la Turchia; questi Paesi nella loro politica estera non agiscono senza il consenso del governo americano. È ormai noto che il Qatar e l’Arabia Saudita abbiano finanziato e armato i gruppi jihadisti che combattono in Siria, molti dei quali sono passati a Daesh. Questi jihadisti in gran parte fanno riferimento alla dottrina salafita takfirista ispirata alla scuola fondamentalista wahabita adottata e diffusa dal regime saudita. Come può quindi questo Paese, che alimenta il terrorismo, far parte di una coalizione che lo combatte?

Il Qatar è di fatto una colonia americana: lì gli Usa hanno la loro più grande base militare della regione. Il «governo» non può fare nulla senza il consenso degli Usa. Diversi rapporti e documenti attestano che il Qatar ha dei rapporti con i gruppi jihadisti. Lo fa di nascosto? La Turchia, a sua volta, fornisce ai jihadisti un sostegno logistico e di formazione e ciò ha consentito l’espansione di Daesh nella parte nord della Siria. Il contrabbando del petrolio dei pozzi sotto controllo di Daesh passa per la frontiera turca. Eppure anche la Turchia afferma di voler combattere il terrorismo. Lo strettissimo rapporto di collaborazione tra questi Paesi e il governo americano induce a pensare che la tesi secondo la quale il terrorismo è funzionale alla politica neocoloniale degli Usa nel Medio Oriente sia tutt’altro che peregrina.

Vi sono ragionevoli sospetti e preoccupazioni che l’attuale mobilitazione «internazionale» voluta da Washington per combattere Daesh nasconda altri obiettivi, due in particolare.

Il primo: ritornare in Iraq non più come forza occupante ma come forza di «protezione» su richiesta degli iracheni stessi. Lo scopo sarebbe quello di rinvigorire la posizione militare americana nell’Iraq e cercare di impedire che si rafforzino i rapporti tra Baghdad, Teheran e Mosca.

Il secondo: usare la scusa di combattere Daesh in Siria per compiere raid aerei contro l’esercito regolare siriano, per consentire ai jihadisti di Al-Nusra e Daesh di avanzare su Damasco e far cadere al-Assad.

Gli Usa potrebbero – se lo volessero seriamente – contribuire a combattere il terrorismo in due modi: colpendo le fonti di finanziamento, armamento e addestramento dei jihadisti e collaborando – nella cornice del diritto internazionale – con altri Paesi influenti nella regione, vale a dire la Siria, l’Iran e la Russia. Ma è poco probabile che ciò accada perché gli Usa non sono disposti a rinunciare ai loro interessi geostrategici nella regione e il terrorismo, che sia quello di Al Qaeda, di Daesh o di prossimi mostri, resterà funzionale a tale strategia.

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Pubblicato da su ottobre 26, 2014 in Generale

 

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