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Consigli da Bose su come uscire dal liberismo

06 Set

di Ernesto Preziosi

6 luglio 2011 da europaquotidiano.it

È possibile lavorare per uno sviluppo economico che consenta un livello di welfare all’altezza delle necessità presenti? Su questa scommessa si è giocata la riflessione proposta nel seminario tenutosi a Bose, su iniziativa dell’Associazione Argomenti 2000 (www. argomenti2000.it), nei giorni 2 e 3 luglio.Centocinquanta i partecipanti, con la presenza di un buon numero di parlamentari e amministratori locali provenienti dall’intera penisola; tra i relatori il banchiere Alessandro Profumo, gli economisti Luigi Pasinetti, Tito Boeri e Laura Pennacchi, il sindacalista oggi parlamentare Pierpaolo Baretta, Nerina Dirindin, già direttore generale del Ministero della Sanità, il giornalista Gad Lerner e Alessandro Rosina, demografo all’Università Cattolica.
Le possibilità delineate dagli esperti hanno avuto anche un confronto con i politici: Rosy Bindi, Pierluigi Castagnetti, Mimmo Lucà, Giorgio Tonini. Da parte sua il priore di Bose, Enzo Bianchi, si è fermato a riflettere con i presenti sul tema della sobrietà come stile di vita, citando il discorso pronunciato da Robert Kennedy nel marzo 1968 all’Università del Kansas: «Il Pil misura tutto, eccetto ciò che rende la vita degna di essere vissuta. Può dirci tutto sul nostro paese, ma non se possiamo essere orgogliosi di esserne cittadini».
Viviamo una fase in cui la crisi economica ha reso evidente la crisi dell’ “era liberista” e la necessità di un riallineamento politico e prima ancora culturale che coinvolge l’Italia e con essa l’intero mondo occidentale e con questo la stessa America. Un cambiamento culturale che la crisi economica rende necessario, e che deve rimettere al centro l’indispensabile protezione degli individui da parte di quella realtà complessa, ma tutt’oggi non superata, che è lo stato. Certo questa strada non elude la necessità di una libera intrapresa del mercato, in chiave di sussidiarietà e solidarietà. Ciò però non esclude il necessario intervento di riequilibrio distributivo da parte dello stato. C’è chi si auspica un ritorno a forme di embedded liberalism, ossia, appunto, ad un liberalismo economico che contempli l’attività ridistributiva dello stato. E questo non può che andare nella direzione dei più deboli, di quanti cioè vengono messi con le spalle al muro da una crisi economica che è tutt’altro che terminata.
Il confronto è allora sulle ricette possibili in alcuni settori strategici: giovani, lavoro, sanità. Ci si misura sulla necessità di affrontare la situazione italiana in un quadro più vasto, recependo la domanda di stato e più ancora di regolazione statuale dell’economia, ma non rinunciando a forme equilibrate di collaborazione società-stato. D’altra parte Rosy Bindi ha affermato che l’obiettivo per la politica è quello di «convincere tutti che un mondo più sobrio non fa male a nessuno, nemmeno ai più ricchi ».
Da decenni ormai è evidente come l’evoluzione dei sistemi di welfare state condizioni i destini delle democrazie contemporanee e gli stessi governi occidentali; è sotto gli occhi di tutti come il processo di integrazione europeo, mentre riesce, ad esempio, a suscitare un discreto dibattito sulle riforme istituzionali dell’Unione, segni invece il passo quando si tratta di confrontarsi nella realizzazione dell’Europa sociale e della nuova cittadinanza continentale.
Contemporaneamente, però, appare evidente come l’unione economica esiga, sempre di più, anche un nuovo patto sociale tra tutti gli stati membri; è proprio da questo, e non solo dal mercato, che dipenderanno la possibilità di coesione e di integrazione tra gli Stati e le genti dell’Unione.
Il tema dello sviluppo economico e della necessità di crescita è oggi più che mai sotto i nostri occhi.
«Dovremo chiederci – ha detto Amartya Sen, economista indiano che ha ottenuto il premio Nobel – quale tipo di equilibrio dovremo perseguire tra stato e mercato. Non importa se va contro l’ideologia capitalista o socialista». Non è più infatti il confronto tra le ideologie a guidare la logica delle riforme.
«Occorre riesaminare – ha notato ancora Sen – la questione della libertà economica. E focalizzarsi sulle persone, sull’importanza della vita che viene condotta dalle persone ». La domanda che dobbiamo farci in definitiva ha a che fare con la ricchezza o la povertà delle condizioni di vita umana.
È un tema particolarmente caro ai cattolici, un tema su cui si esprime la dottrina sociale della chiesa che, non a caso, al seminario di Bose è stata richiamata dal professore Luigi Pasinetti come interlocutrice utile delle dottrine economiche.

 
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Pubblicato da su settembre 6, 2011 in Generale

 

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