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Dateci almeno un pennarello!

15 Giu

di Caterina Pozzato

Suona l’ultima campanella e cominciano le vacanze. Segno ha chiesto a un’insegnante di lettere di raccontarci la scuola italiana, vista dal suo istituto, dalla sua lunga esperienza umana e professionale, dal suo impegno quotidiano in mezzo ai giovani 

Non uno di meno: il titolo di un toccante film cinese di qualche anno fa mi ha accompagnato e provocato in questo strano, contraddittorio e faticoso anno scolastico che si chiude. La vicenda è ambientata in angolo remoto e poverissimo, tanto vero quanto incredibile, della Cina del 2000, dove la scuola è priva di tutto, perfino dei gessi che il maestro usa con estrema parsimonia. Wei, la giovanissima protagonista, una tredicenne “precaria”, tenera, testarda e coraggiosa, deve sostituire il maestro per un mese, ma sarà pagata solo a patto che lei, lavoratrice bambina, non perda nemmeno un alunno.

Niente di più lontano dal nostro mondo, si dirà, eppure niente di più paradigmatico in questa vicenda di precarietà, abbandoni e tenacia.

Al trentesimo anno di “carriera” (ma si può parlare di carriera nella scuola?) mi sono stati assegnati una classe in più e più alunni per classe. Nuova succursale in un vecchio stabile un po’ disagiato, 60 scalini da fare ogni mattina alle 7.45 – in Veneto siamo mattinieri e un po’ di allenamento non guasta; all’inizio manca anche la campanella e si provvede con un cimelio da casa. La scena più surreale: la consegna a ogni docente, previa firma per ricevuta, del pennarello per scrivere alla lavagna. Ho pensato: eccoci al “pennarello ad personam”.

Si tratta certamente di piccoli disagi se rapportati alla condizione di chi vive da anni il precariato, di chi è tornato a fare la spola tra più sedi, di chi, dopo anni d’attesa, non vede all’orizzonte la prospettiva di un’occupazione. I dati parlano chiaro: la drastica riduzione degli organici (87.000 posti in meno dal 2009, 19.700 nel solo anno scolastico 2011-2012) contribuisce a quel processo di disgregazione della scuola pubblica di cui gli insegnanti sono le prime vittime, oggetto ormai da tempo di una campagna di delegittimazione: sono fannulloni, troppi, inculcano valori contrari alla famiglia. Le parole sono pietre e ci vuol poco a distruggere la fiducia e il senso di rispetto.

Non si mette in discussione la necessità di razionalizzare la spesa quando essa non va a intaccare il diritto essenziale all’istruzione, e di introdurre innovazioni strutturali che rispondano alle mutate esigenze di una scuola che sia al passo con i tempi. Ma tutto questo ha senso ed è possibile solo a partire da un progetto condiviso, da una riflessione pedagogica. Anche per ridurre gli sprechi energetici di casa nostra dobbiamo prima progettare e affrontare una spesa iniziale di ristrutturazione.

La scuola ha bisogno di persone motivate e di risorse. E invece i dati ci dicono che tra i paesi dell’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) siamo penultimi per spese a favore dell’istruzione e addirittura ultimi se consideriamo anche i sussidi agli studenti, quei sussidi che dovrebbero garantire l’equità e le pari opportunità. «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana…», recita l’articolo 3 della Costituzione.

La scuola ha bisogno di respiro perché si possa con equilibrio e con fortezza far fronte alle fragilità degli alunni e, talvolta, delle loro famiglie, alla fatica di far incontrare culture diverse, alla necessità di rapportarsi con genitori ora assenti, ora troppo presenti, ora rivendicativi, ora segnati dal dramma della disoccupazione. E invece: classi sempre più affollate, carichi di lavoro e incombenze burocratiche accresciuti! Al docente resta poco tempo per la cura delle relazioni educative, aumenta il senso di inadeguatezza, s’insinua la tentazione di affidarsi all’improvvisazione.

Sarà per questo che, per la prima volta, dopo tanti anni di servizio mi sono scontrata con dati significativi di abbandono scolastico in corso d’anno? Eppure indagini scientifiche hanno già dimostrato che nelle classi con un numero di studenti superiori a venticinque aumenta sensibilmente la probabilità di dispersione. Come a dire: storie di abbandoni annunciati!

In tale contesto ha davvero del miracoloso che si continui ogni giorno a far lezione, a fare storia e letteratura, a insistere sull’importanza di saper argomentare e, soprattutto, che molti ragazzi diano un senso alla fatica e all’impegno, sottoposti come sono allo spettacolo mediatico che addita troppo facili scorciatoie e istiga al cinismo. È vero, alcuni, che faticano a distinguere la sincerità dalla sfacciataggine, mettono a dura prova i nostri nervi. Ma è altrettanto vero che sanno rispondere con sensibilità e senso critico alle proposte, sanno ascoltare i testimoni di ieri e di oggi: i giovani della Rosa Bianca, i Piccoli Maestri, don Milani, le sorelle di Casa Rut; sanno prendere sul serio le proposte del Mep (simulazione del Parlamento europeo), del servizio civile, del quotidiano in classe.

Non ci è lecito essere profeti di sventura e, pur denunciando doverosamente i guasti presenti, dobbiamo saper guardare ai tanti miracoli quotidiani: a Daisy, che sa prendersi cura di Nadia, la sua dolcissima compagna che comunica solo con gli occhi e il tatto; a Soukaina che non fa un giorno di assenza e potrebbe darci lezioni di equilibrio e pazienza; a Sofia, di origini marocchine, così orgogliosa  di essere e sentirsi italiana; alla partecipazione solare e intelligente di Giada; ai piccoli successi di Martina e Catherine; alle battute di spirito e alle domande impertinenti che ci riportano con i piedi per terra; ai pomeriggi dedicati con fedeltà dai colleghi di matematica alla ricerca di metodologie  adeguate alle difficoltà di apprendimento…

È troppo allora chiedere a chi ha responsabilità di governo di rispettare l’operato di chi si spende nella scuola, a partire dai bidelli? E a non perdere di vista alcune cose di per sé evidenti: la certezza della formazione iniziale e del reclutamento, rigoroso ma continuo, dei docenti come prima forma di equità; l’importanza della scuola pubblica come garanzia di uguaglianza; la necessità di pensare all’istruzione in termini di contributo non solo alla crescita economica ma soprattutto alla crescita democratica del paese.

Per fare questo occorre l’umiltà di mettere attorno a un tavolo le parti sociali, gli attori della scuola, le associazioni di studenti e genitori. È una questione di metodo e stile. Prima si ascolta attentamente e poi si progetta insieme. E si ascolta tutti. Non uno di meno.

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Pubblicato da su giugno 15, 2011 in Generale

 

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