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Fermiamo il silenzio tremendo sul valore della pace

07 Mar

La notizia dell’uccisione del militare Massimo Ranzani giunge mentre non si è ancora spenta la presa di posizione a favore o contro l’intervento del vescovo di Padova Antonio Mattiazzo a proposito della morte di un altro soldato italiano, Matteo Miotto, vicentino, caduto in Afghanistan. Il vescovo invitava all’uso sobrio del termine “eroe”, ma soprattutto allargava la riflessione alle cosiddette missioni militari italiane. La Commissione di pastorale sociale della diocesi di Vicenza propone alcune brevi riflessioni a mente fredda, che desiderano promuovere un discernimento.

Il giovane alpino muore in una operazione che subito è apparsa opaca: prima ci dicono che è morto colpito da un cecchino, in seguito parlano di attacco militare. Ma la morte del povero Matteo, resta una vita spezzata; poco importa, al dolore della sua famiglia, che si sia difeso oppure no: conta che Matteo, tra noi, non c’è più. Il vescovo di Padova ha ricordato che Matteo è «vittima». Che parola pesante! Vittima di una scheggia piccolissima che si chiama “arma”, che non è buona o cattiva a seconda che sia italiana o americana, che venga dal fucile di un alpino o di un terrorista. L’arma è “cattiva” e basta. Il suo mestiere è fare vittime, un’arma non si può convertire, non fa volontariato, non accarezzerà mai un corpo umano, non gli darà mai vita! Perdere questa lucida visione delle cose sarebbe diventare bestiali, anzi meno che bestiali, perché le bestie non hanno armi costruite, vendute e da seminare in anticipo dove passerà l’avversario. L’uomo è “eroico” anche quando ricorda questa povera e semplice verità sulle armi, tutte le armi.

Il vescovo di Padova ha poi ricordato che la persona di Matteo rischia di diventare una pedina dell’“apparato retorico”, che si costruisce attorno al lutto. Non soltanto per Matteo, si rischia di usare solo parole emozionanti, lo si fa spesso nell’accompagnare all’ultimo viaggio le persone. La serietà della morte viene come coperta da parole che celebrano noi, i vivi. L’unica parola impoverita, trascurata, quasi beffata dalla nostra retorica è:  «Risorgerà». Pensiamo che sia “eroico”  lasciare tutto lo spazio all’unica parola cristiana sulla morte: «Risorgerà». Come vorremmo tenerla pulita e bella anche per la famiglia di Matteo, per la sua fidanzata, per i suoi amici militari. Per tutti noi.

L’ultima breve impressione nasce dalle parole finali del vescovo Mattiazzo, che ci lasciano un interrogativo. Lo riassumiamo così: «Perché l’opinione pubblica non è sollecitata a riflettere sulla fame nel mondo, sul problema del sottosviluppo, e prevale ancora una volta una rappresentazione del mondo impregnata di ideologia e di una retorica che spesso serve a coprire interessi economici e politici?». Questa può essere un’ultima via “eroica” da rispolverare cristianamente: l’informazione sui fatti, sulle povertà e le ingiustizie che alimentano le instabilità del mondo e sono le vere cause dei conflitti. Dentro a queste ingiustizie noi interveniamo solo per tenere stabili gli interessi sulle risorse e sulle ricchezze, che è più facile strappare a chi è oppresso. È “eroico”, invece, avere dubbi grandi come il mondo sulle intollerabili spese militari (l’ultima legge di stabilità ha stanziato i primi 471 milioni per un progetto di 131 aerei da guerra… alle politiche familiari sono stati assegnati 47 milioni). È “eroico” sospettare delle esportazioni di democrazia a prezzo di giovani che “pagano” con la vita. La morte di Matteo rischia di essere il triste pedaggio di una giovane vita che vale meno degli interessi che ha difeso. Matteo ha scritto nell’ultima lettera: «Quel poco che abbiamo lo lasciamo a loro». Matteo ha dato ai poveri, ai bimbi, forse ai nemici.

Se ammiriamo – come è giusto – questa bella umanità di un giovane, facciamola nostra! E fermiamoci, fermiamo le parole vuote, fermiamo il silenzio tremendo sul valore della pace… Fermiamoci davanti a Dio, perché Matteo lo crediamo con Lui!

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Pubblicato da su marzo 7, 2011 in Generale

 

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