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Nuovo modello di società

21 Set
(articolo pubblicato diversi mesi fa ma che ritengo comunque valido e meritevole di visibilità)

Parole dal sud del mondo – di Frei Betto

Per uscire dalla presente crisi mondiale – che è crisi di valori, non solo finanziaria – va cambiato il sistema economico internazionale, che inasprisce le disuguaglianze sociali, favorisce la xenofobia, criminalizza i movimenti sociali e genera violenza. Dal 14 al 16 aprile ho partecipato al Forum economico mondiale per l’America Latina, tenutosi a Rio de Janeiro. Tra una conferenza e l’altra, ho svolto una breve indagine tra alcuni dei 500 esponenti del mondo finanziario, politico e imprenditoriale di 37 paesi latino-americani presenti, ponendo loro la seguente domanda: «Alle prese con una crisi mondiale come l’attuale, cosa è bene salvare: il capitalismo o l’umanità?». Quasi tutti m’hanno dato una risposta che ritenevano ovvia: non c’è futuro per l’umanità senza il capitalismo.

Ma la relazione tra sviluppo del capitalismo e futuro dell’umanità è sempre stata così ovvia? Se prendiamo in esame i quasi 200 anni in cui è prevalso il sistema capitalistico, il bilancio può essere ritenuto eccellente soltanto se si considera la qualità di vita del 20% della popolazione mondiale che vive nell’emisfero nord. Ma che dire del rimanente 80%?

Anche per banche e compagnie multinazionali il bilancio è stato positivo. Tuttavia, oggi 4 dei 6,5 miliardi di abitanti del mondo vivono sotto la soglia di povertà, 1,3 miliardi sotto la linea della miseria, e 950 milioni in situazione di malnutrizione cronica. Alla luce dei più elementari principi etici e umanitari, come giustificare questi dati?

La presente crisi dovrebbe indurci a chiederci come cambiare il corso della storia, non solo come salvare multinazionali e banche indebitate. Per fare questo, è necessario esaminare le cause profonde della crisi stessa e poi muoversi rapidamente verso la costruzione di un nuovo modello di società in cui economia e finanza siano poste al servizio dell’appagamento dei bisogni sociali basilari, in un sistema internazionale democratico, rispettoso dei diritti fondamentali della persona e della natura, della sovranità alimentare di un popolo e della diversità culturale, e caratterizzato da un’economia di solidarietà basata su un nuovo concetto di ricchezza.

L’odierna crisi è il sintomo di una crisi ben più ampia – quella della stessa civiltà odierna e dei suoi sistemi socio-economici – che ha forti ricadute su molti aspetti del vivere sociale: produzione di cibo, salvaguardia dell’ambiente, reperimento di energia, migrazioni, malessere sociale, decadenza politica, crack commerciali…

Direi che siamo alle prese con una crisi di valori. Per uscirne, occorrono nuovi paradigmi. La società post-moderna non può certo commettere l’errore di ritenere il mercato la sua ragione d’essere. È inutile che i governi tentino di usare i soldi dei contribuenti per lanciare la ciambella di salvataggio a banche e a grandi compagnie private sull’orlo del fallimento, nella speranza che il vecchio sistema riparta. Va cercata, invece, una via di uscita capace di superare un sistema economico internazionale che inasprisce le disuguaglianze sociali, favorisce la xenofobia, criminalizza i movimenti sociali e genera violenza, in quanto mette l’accomulazione dei profitti al di sopra dei diritti umani e la proprietà privata sopra il bene comune, e insiste nel degradare le persone a meri consumatori di prodotti, non a promuoverle alla dignità di cittadini.

Le Nazioni Unite vanno riformate e democraticizzate, perché diventino davvero un forum capace di articolare risposte alla presente crisi. È necessario creare meccanismi internazionali con il compito di controllare il movimento dei capitali, regolare il libero commercio, porre fine alla supremazia del dollaro, eliminare i paradisi fiscali e garantire stabilità finanziaria a livello mondiale.

Di certo, non usciremo dalla crisi, se non ci convinciamo che alcuni nuovi valori vanno obbligatoriamente assunti. Come prima cosa, va dichiarata moralmente inaccettabile la povertà assoluta, particolarmente quando prende l’atroce forma della malnutrizione cronica. Va creata una cultura politica della condivisone dei beni della terra e dei frutti del lavoro umano, passando dalla “globocolonizzazione” alla globalizzazione della solidarietà.

Gli Obiettivi di sviluppo del Millennio, che tutti i 191 stati membri dell’Onu si sono impegnati a raggiungere entro il 2015, devono costituire la base di un patto per una nuova civiltà. Ne ricordo alcuni: ridurre di metà la popolazione mondiale che vive in povertà estrema e che soffre la fame; garantire l’educazione primaria universale e ridurre l’analfabetismo; diminuire di due terzi la mortalità infantile; dimezzare il numero di coloro che non hanno accesso all’acqua potabile e a impianti igienici di base; combattere l’Hiv/aids, la malaria e altre malattie; sviluppare un partenariato mondiale per lo sviluppo, sostenendo programmi di alleggerimento o cancellazione del debito dei paesi poveri.

La storia insegna che per raggiungere questi obiettivi saranno necessarie profonde trasformazioni strutturali del modello di società oggi predominante. Solo così si potrà ridurre significativamente la scandalosa asimmetria tra le nazioni e le ingiuste disuguaglianze tra le persone.

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Pubblicato da su settembre 21, 2010 in Generale

 

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