RSS

Tra i cristiani di Terra Santa: la fede degli inizi alla prova

25 Dic

Si fa la fila per scendere giù tra gli incavi rocciosi della Grotta. La stella d’argento che ricorda il punto esatto dov’è nato Gesù sembra lampeggiare sotto i continui flash di fotocamere e telefonini, maneggiati da una piccola babele vociante e rumorosa. Arrivano sempre più numerosi i pellegrini, ma a volte si comportano come turisti.

Avvenire.it – Provo un’inconfessabile nostalgia per i primi anni Duemila, quando l’Intifada svuotava Betlemme e ci si poteva raccogliere in preghiera, alla luce fioca delle candele, inginocchiati davanti alla nicchia dove tutto ha avuto inizio. Ed oggi che ne è del cristianesimo in questa terra che chiamiamo santa ed è lacerata da mille contraddizioni?mC’è un presepio vivente non lontano dalla Grotta della Natività. È ‘ La Crèche’, un nido d’infanzia dove i bimbi vengono strappati alla morte insieme con la madre. È l’orfanatrofio molto speciale di suor Sophie, missionaria della Carità che ormai tutti conoscono. Vi trovano accoglienza i ‘ figli del peccato’ che per la mentalità islamica sono indegni di vivere, al pari delle ragazze- madri che li portano in grembo.
Vengono aiutate a partorire di nascosto, sfuggendo così ad un sicuro destino di morte per mano di un loro familiare (un delitto d’onore che il codice non punisce).
Pochi giorni fa è successo un fatto incredibile che la piccola suora considera un miracolo. « Una ragazza incinta è arrivata da noi insieme con i suoi genitori – racconta -. Dopo una drammatica discussione il padre ha rinunciato ad ucciderla solo perché gli abbiamo garantito che tutta la vicenda sarebbe rimasta segreta e la neonata cresciuta da noi » . Dina, un batuffolo bianco dagli occhi nerissimi, è l’ultima arrivata a La Crèche, un luogo dove il Natale si rivela più forte dei nuovi Erode e la salvezza non è una parola vuota.

« Quel che ci sorregge è il desiderio di testimoniare Cristo, non abbiamo altro scopo » , dice senza troppi giri di parole suor Donatella, italiana di Bassano del Grappa, da cinque anni in servizio al ‘ Caritas Baby Hospital’, l’unico istituto pediatrico di tutta la Cisgiordania. Ricorda con emozione il recente incontro con Benedetto XVI che, durante la sua visita a Betlemme nel maggio scorso, volle recarsi da loro. « Ci disse che stare vicino ai bambini malati, e proprio qui a Betlemme, dovevamo considerarlo un duplice privilegio. Non siamo qui tanto per dare una mano…».

Difficile privilegio quello della testimonianza cristiana in mezzo ad una società prevalentemente islamica. Ribatte pronta suor Donatella: « Molte mamme si confidano con noi, ci parlano di problemi che non raccontano a nessun altro. Non ci vedono insomma come delle semplici infermiere » . Il Baby Hospital sorge a due passi dal muro, quel che gli israeliani definiscono ‘ barriera di sicurezza’ e taglia le colline circostanti fino ad entrare come una ferita nel cuore di Betlemme.

Suor Donatella il muro l’ha visto costruire, « con una tale angoscia che di notte non riuscivo a dormire » . Ci abitavano molte famiglie cristiane in queste case che ora non possono più spalancare le finestre, bloccate da lastroni di cemento. Airin è una credente e un giorno, mentre spiegava il catechismo, si è sentita chiedere da un bambino: « Anche Gesù aveva bisogno di un permesso per andare a Gerusalemme? » . Airin fa parte di un gruppo di donne che si ritrovano per discutere, cantare, pregare.

« Un modo per vincere la depressione » , ci scherza su. La sede è quella dell’Arab Educational Institut, il cui presidente, Fuad Giacaman, ci dice con grande fierezza: « Io resto un uomo libero, nonostante le pesanti limitazioni della vita quotidiana. Pensi che non sono riuscito ad avere il permesso per recarmi a Gerusalemme dov’ero invitato ad un incontro con il Papa! Ho provato tanta rabbia. Ma non odio: cerco di cambiare le cose senza violenza » .

Fragile e nascosta, la presenza cristiana ha un significato che va oltre i numeri ( il 2 % della popolazione). « Siamo pochi, divisi in tante Chiese e in vari riti, e stiamo diventando sempre di meno a causa dell’emigrazione. Ma chi rimane, solitamente ha forti motivazioni. Siamo gente che non nuoce a nessuno e fa del bene a tutti » , è la definizione concisa e perfetta del Custode di Terra Santa, padre Piero Pizzaballa secondo cui « vivere qui è davvero una grazia » .

Anche se non è facile. Ce lo conferma Yousef Zaknoun, direttore del ‘ Cardinal Martini leadership Institut’ per la formazione della classe dirigente palestinese. « A differenza che in Europa qui da noi la religione costituisce un forte elemento identitario, sia per gli ebrei che per i musulmani. Ma un cristiano non può agire nel loro stesso modo, deve seguire il comandamento dell’amore anche verso i nemici. In questa terra è qualcosa di eroico » .

Non tutti ci riescono. « Abbiamo bisogno di nuove infrastrutture spirituali. È il messaggio che ci ha rivolto Benedetto XVI quando è venuto tra noi. Ma temo che pochi l’abbiano capito – dice con rammarico il professor Sami Basha, docente di pedagogia all’Università cattolica di Betlemme -. Viviamo nella confusione, dominati dall’analisi politica. Ci manca un luogo da cui trarre forza e consistenza » .

Un giudizio duro che qualcuno s’incarica di smentire con i fatti. Come Samar Sahhar, un donnone traboccante d’energia e di dolcezza che a Betania ha dato vita alla ‘ Casa di Lazzaro’ dove una trentina di ragazze, orfane o con una famiglia disastrata alle spalle, hanno trovato accoglienza e protezione. O meglio, hanno trovato una stabilità materiale e una certezza spirituale. È quella di una comunità dove si vive l’amore cristiano anche se tutti i suoi membri, ad eccezione della direttrice Samar, sono musulmani.

Quando le chiedo come sia possibile mi risponde con un’altra domanda: « In che lingua piange un bimbo? » . È convinta che il mondo, anche quello arabo, sarà cambiato dalle donne. Lei ha già iniziato. Invece di lamentarsi per le sofferenze del passato e le privazioni del presente ci sono dei cristiani che costruiscono un futuro diverso. E lo fanno insieme con i musulmani, in decine di realtà educative che rappresentano il miglior antidoto al fanatismo ed all’estremismo islamico.

Arriva il Natale e nelle scuole ‘ Terra Sancta’ dei frati francescani anche i ragazzi musulmani sono in prima fila nell’allestire il presepe. « E ne sono orgogliosi, perchè considerano Gesù un grande profeta – osserva padre Ibrahim Faltas, già direttore della scuola francescana presso la Basilica della Natività ed ora parroco di Gerusalemme -. Altro che rinunciare ai simboli natalizi per timore d’offendere la sensibilità degli islamici, come succede da voi in Europa! » , conclude con una battuta polemica. Forse c’è qualcosa che dobbiamo ancora imparare dai cristiani di Terra Santa.

Nelle scuole gestite dai francescani anche i ragazzi musulmani sono in prima fila quando si deve allestire il presepe. «Ne sono orgogliosi, perché considerano Gesù un grande profeta. Altro che rinunciare ai simboli natalizi per timore di offendere la sensibilità degli islamici, come succede da voi in Europa!» Il Custode Pizzaballa: «Siamo qui, divisi in tante Chiese e in vari riti. Stiamo diventando sempre meno a causa dell’emigrazione, ma chi rimane solitamente ha motivazioni forti. Siamo gente che non nuoce a nessuno e fa del bene a tutti. E vivere qui è davvero una grazia»

«Quello che ci sorregge è il desiderio di testimoniare Cristo, non abbiamo altro scopo», dicono al Caritas Baby Hospital, l’unico istituto pediatrico di tutta la Cisgiordania «Quando venne il Papa, in maggio, ci disse che stare vicino ai bambini, e proprio qui a Betlemme, dovevamo considerarlo un duplice privilegio»

Twal: la riconciliazione? Ancora un’utopia
«Benedetto XVI ci ha infuso coraggio, ottimismo e speranza» . Quest’anno 2 milioni e 700mila pellegrini

DAL NOSTRO INVIATO A GERUSALEMME
« La riconciliazione in Terra Santa sembra essere un’utopia. Tutti i tentativi volti a raggiungere la pace, sia da parte palestinese che israeliana, sono falliti. La realtà contraddice i nostri sogni». E’ l’amara constatazione del patriarca latino di Gerusalemme, monsignor Fouad Twal, nel suo messaggio per il Natale. Sono tanti i sogni non realizzati, a cominciare dalla mancanza di uno Stato per i palestinesi che «si trovano ancora a soffrire per l’occupazione, la distruzione di numerose abitazioni a Gerusalemme Est e per le divisioni politiche interne».

Monsignor Twal punta il dito contro il doloroso fenomeno della separazione forzata delle famiglie, con migliaia di persone che vivono a Gerusalemme e nei Territori palestinesi in attesa di ricongiungersi coi loro cari. In particolare si sofferma sulla drammatica situazione di Gaza dove «ad un anno dalla guerra la gente soffre ancora per il blocco economico e la mancanza di libertà di movimento ».

Ma il patriarca è preoccupato anche per il tentativo di fare di Gerusalemme una città ‘ esclusiva’, che minaccia la sua vocazione universale. E nota che «gli israeliani vivono in una grande paura che impedisce loro di prendere decisioni coraggiose per porre fine al conflitto. Il muro di separazione ne è l’espressione concreta».

Non mancano però segni di speranza. Il più grande è «il pellegrinaggio di pace e riconciliazione» compiuto da Benedetto XVI lo scorso mese di maggio. C’è stato qualche cambiamento in Terra Santa dopo la visita del Papa? Lo abbiamo chiesto a monsignor Twal durante l’incontro che ha avuto ieri con i giornalisti.

«E’ stato un evento di grande impatto morale e spirituale – afferma il patriarca – Abbiamo approfittato al massimo della sua visita che ha rappresentato un’autentica benedizione per tutti. Specialmente per noi cristiani che facciamo spesso riferimento ai discorsi che il Santo Padre ha tenuto in Terra Santa. Ci ha infuso coraggio, ottimismo e speranza, ci ha assicurato la sua vicinanza e quella dei fratelli nella fede. Ed ha dato indicazioni precise su come avanzare sulla via della pace, sostenendo apertamente la soluzione dei due Stati. Ma sul piano politico non c’ è stato alcun cambiamento » .

Certo è che, se dopo sessant’anni di conflitto questa regione non è ancora in pace, «vuol dire che un po’ tutti hanno sbagliato e che dobbiamo cambiare metodo per arrivare ad una soluzione». Ma per il capo della Chiesa latina qualche piccolo passo in avanti si sta facendo da entrambe le parti. E cita il blocco parziale degli insediamenti ebraici in Cisgiordania ma soprattutto la nuova mentalità che sta diffondendosi tra i palestinesi, sempre più decisi a « fare resistenza in modo non violento».

E conclude con due notazioni positive. La prima riguarda «il massiccio afflusso di pellegrini, ben 2 milioni e 700 mila quest’anno, pari a quello registrato nel 2000 (prima dello scoppio della seconda Intifada) che segnò un vero record». La seconda è « la coraggiosa decisione del Papa » di convocare il prossimo anno un Sinodo per il Medio Oriente. « Ci stiamo già preparando: la Chiesa madre di Gerusalemme avrà un ruolo importantissimo in quest’assemblea ».
Luigi Geninazzi

 
Lascia un commento

Pubblicato da su dicembre 25, 2009 in Generale

 

Tag: , , , , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...