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Bartolomeo Sorge: Il simbolo della croce

06 Nov

Il simbolo della croce

L’ordinanza del 23 ottobre 2003, con cui il Tribunale dell’Aquila disponeva la rimozione del crocifisso da un’aula scolastica di Ofena, piccolo paese abruzzese, ha provocato nella opinione pubblica una grande emozione, non ancora sopita. Hanno reagito praticamente tutti: il Presidente della Repubblica e il Papa, i responsabili della vita politica e i rappresentanti della società civile, credenti di ogni confessione religiosa e non credenti, uomini di cultura e gente semplice. Il coro è stato pressoché unanime: il crocifisso non si tocca, deve rimanere dov’è.

La ragione su cui tutti hanno insistito è che la croce, oltre a essere un simbolo religioso, è pure simbolo della nostra civiltà e della nostra storia. Lo ha detto con parole semplici il Presidente Ciampi: «A mio giudizio il crocifisso nelle scuole è sempre stato considerato non solo come segno distintivo di un determinato credo religioso, ma soprattutto come simbolo di valori che stanno alla base della nostra identità» (cit. in L’Osservatore Romano, 27-28 ottobre 2003, p. 12).
A sostegno di questa tesi molti hanno citato il parere del Consiglio di Stato (27 aprile 1988, n. 63): «Il crocifisso o più semplicemente la croce, a parte il significato per i credenti, rappresenta il simbolo della civiltà e della cultura cristiana nella sua radice storica come valore universale, indipendente da specifica confessione religiosa». In altre parole, l’affissione del crocifisso non lede né la libertà religiosa né la laicità dello Stato, perché la religione cristiana ha avuto un influsso determinante nel dare vita a quella «civiltà», laica e aconfessionale, che è patrimonio comune di tutti gli italiani. Anche altre ragioni di natura tecnica e procedurale sono state addotte contro l’ordinanza del Tribunale dell’Aquila, insistendo soprattutto sul fatto che la sentenza di un giudice non può prevalere su una legge dello Stato tuttora in vigore (nel nostro caso, sul Regio Decreto 30 aprile 1924, n. 965, e su quello successivo 26 aprile 1928, n. 1297, concernenti entrambi l’esposizione del crocifisso nei luoghi pubblici). In questa situazione, l’unica cosa che il giudice dell’Aquila poteva fare – è stato osservato – era quella di impugnare la legge davanti alla Corte Costituzionale.
Le ragioni portate sono tutte vere. Eppure, la quasi unanimità della reazione a favore del crocifisso lascia perplessi. Troppo evidente è la contraddizione, in molti casi, tra le dichiarazioni e i comportamenti. Con quale coerenza ci si schiera a favore del crocifisso nei luoghi pubblici, quando poi si assiste indifferenti alla strage dei «clandestini» – uomini, donne e bambini innocenti – che riproducono, non in simbolo ma nella loro propria carne, il dramma della morte di Cristo? Quale valore possono avere le parole di chi, mentre da un lato si erge a paladino della croce, dall’altro considera i lavoratori extracomunitari come una «merce»? Che altro è, se non ipocrisia, scandalizzarsi (giustamente) per il comportamento incivile di un musulmano, e poi mettere in atto comportamenti in contrasto con valori fondamentali della coscienza cristiana, come quelli riguardanti la vita umana e la famiglia? È legittimo perciò sospettare che l’indignazione contro l’ordinanza del Tribunale dell’Aquila in non pochi casi sia stata solo strumentale o dettata da secondi fini.
Vorremmo, perciò, cogliere l’occasione del clima natalizio per una riflessione più pacata e obiettiva sulle ragioni e sul senso di quanto è accaduto. Non sembri arbitrario accostare il Natale al caso di Ofena. Infatti, è risaputo che in qualche altra scuola si è tentato di rimuovere non solo il crocifisso, ma anche il presepio. Del resto, trasformare il Natale in festa consumistica e mondana che cos’è se non un altro modo di staccare il crocifisso dalla parete?
Occorre, dunque, porre con chiarezza la questione di fondo: ha ancora senso mantenere i simboli della «civiltà cristiana» – primo fra tutti il crocifisso – in una società laica e secolarizzata, multiculturale e multireligiosa come l’Italia di oggi?
Per rispondere: 1) occorre chiarire, anzitutto, in che modo il crocifisso, che è un simbolo religioso, sia ugualmente simbolo culturale della nostra società laica; 2) in secondo luogo, occorre chiederci come può il crocifisso mantenere inalterato il suo significato, nonostante il mutare delle culture e il succedersi delle civiltà; 3) si comprenderà, infine, che il crocifisso è un simbolo, oggi più attuale che mai, ma più da testimoniare con la vita che da tenere appeso alla parete.

1. Un simbolo culturale
Non c’è dubbio che la croce sia anzitutto un simbolo religioso. Esso trae il suo significato dalla fede cristiana, dall’annunzio cioè che il Figlio di Dio si è fatto carne, è vissuto, morto e risorto per liberare e salvare l’umanità, divenendo povero e condividendo la sorte degli ultimi: «Pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo» (Fil 2, 6 s.). Dunque, la croce è il simbolo religioso della liberazione integrale dell’uomo da ogni forma di povertà, a cominciare da quella spirituale del peccato: «da ricco che era si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2 Cor 8, 9). Ecco perché i primi destinatari della «Buona notizia» sono appunto i poveri e gli oppressi, come ha proclamato esplicitamente Gesù all’inizio della vita pubblica: il Padre «mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi» (Lc 4, 18).
Ora, fede e cultura sono realtà profondamente diverse tra loro. La cultura è di origine umana e appartiene all’ordine naturale; è un fenomeno di natura immanente, che muta col mutare degli uomini, del tempo e dello spazio a cui esso è strettamente legato. Invece la fede – cioè l’accettazione libera della rivelazione divina, con la quale l’uomo presta a Dio il pieno ossequio dell’intelletto e della volontà (cfr Dei Verbum, n. 5) – è di origine trascendente e appartiene all’ordine soprannaturale: non poggia sull’uomo e sugli eventi mutevoli della storia, ma soprattutto sulla Parola di Dio, che è immutabile ed eterna e trascende il mero ordine naturale, quantunque in esso necessariamente si incarni.
Dunque, sebbene appartengano a piani diversi, la fede (che non è cultura, né può essere «ridotta» a mero fatto culturale) non può fare a meno della cultura. Non si dà fede fuori da una cultura. Infatti, entrambe parlano dell’uomo e lo collocano al centro del discorso sul mondo e sulla storia. È necessario, cioè, che si realizzi quel processo di «inculturazione», attraverso il quale «viene sollecitata in ogni popolo la capacità di esprimere secondo il modo proprio il messaggio di Cristo e, al tempo stesso, viene promosso uno scambio vitale tra la Chiesa e le diverse culture» (Gaudium et spes, n. 44).
È quanto è accaduto anche in Italia, in Europa e in molte altre parti del mondo. Il nostro patrimonio storico e culturale – senza negare l’influsso che vi hanno esercitato altre culture, in particolare la giudaica, la greca e la romana – è ispirato in larghissima misura dal cristianesimo. In questo senso, l’Accordo di revisione del Concordato lateranense del 1984 ha potuto affermare che la Repubblica italiana riconosce il valore della cultura religiosa e tiene conto che i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano (cfr art. 9).
Si tratta di principi non «confessionali», ma «civili» e «laici» poiché, essendo autenticamente umani, sono riconoscibili dalla coscienza di tutti, credenti e non credenti. È il caso, per esempio, della pari dignità di tutte le persone, del primato della vita umana, della solidarietà, delle libertà umane fondamentali. Questi «principi» ormai sono accolti da tutte le Costituzioni laiche degli Stati democratici, anche se bisogna riconoscere che alcuni di essi storicamente si sono affermati al di fuori e spesso contro la cultura religiosa dominante.
Si comprende perciò come il crocifisso, pur essendo in sé un simbolo religioso, sia divenuto anche simbolo della nostra civiltà, fondata sui valori civili di libertà, di giustizia, di solidarietà e di pace. Era inevitabile, perciò, che l’opinione pubblica scorgesse nell’ordinanza del Tribunale dell’Aquila non soltanto una offesa alla religione cristiana in sé, ma anche un affronto al patrimonio storico e culturale del nostro Paese.

2. Un simbolo universale e perenne
A questo punto viene la seconda questione: come può un simbolo, per quanto radicato nella cultura e nella civiltà di un popolo, mantenersi inalterato nonostante il mutare delle culture e il succedersi delle civiltà? Come può il crocifisso essere ancora considerato simbolo della nostra civiltà, se i valori su cui si fondava la «cristianità» del passato non sono più condivisi dalla cultura secolarizzata e pluralistica di oggi?
Questa domanda ha un senso, solo se il crocifisso viene ridotto a mero simbolo culturale o viene identificato con una civiltà particolare, dimenticandone la natura religiosa e trascendente. È l’equivoco in cui non pochi sono caduti commentando il caso di Ofena. In realtà, il crocifisso non può essere ridotto a mero simbolo culturale. Come la crisi di una cultura e il superamento di una civiltà non potranno mai segnare la fine del messaggio cristiano che pure le aveva ispirate, così nessuna crisi culturale potrà mai togliere alla croce il suo significato. La ragione è che il messaggio cristiano è trascendente, religioso; quindi, pur ispirando culture e civiltà diverse, non si identifica però con nessuna di esse, neppure con la civiltà occidentale. Lo stesso vale per il crocifisso. Il suo significato originario trascende le culture e le civiltà, anche quelle di cui è divenuto simbolo lungo i secoli. Ecco perché nessuna civiltà può appropriarsi del crocifisso, né la croce può mai essere usata come strumento di discriminazione culturale, politica o sociale: farlo equivarrebbe a contraddirne il significato originario (cfr SORGE B., «”Votare” per il crocifisso?», in Aggiornamenti Sociali, 12 [2002] 805-812). Tant’è vero che la Chiesa stessa non esita a chiedere pubblicamente perdono per quelle volte in cui, in passato, i cristiani hanno trasformato il simbolo dell’unità e dell’amore universale in bandiera di parte o in motivo di persecuzioni, di lacerazioni e di guerre.
Certo, un popolo può anche perdere la propria identità cristiana e il crocifisso può essere indebitamente strumentalizzato a fini politici, ma non per questo l’annunzio cristiano e la croce perdono il proprio valore trascendente. Anche se rifiutata o colpevolmente strumentalizzata, la croce resta sempre il simbolo della liberazione integrale dell’uomo, della pace fondata sulla giustizia e sulla solidarietà, della fratellanza e dell’amore universale.
In altre parole, il crocifisso è un simbolo universale e perenne. Nonostante tutte le crisi e i rivolgimenti, sarà sempre vero che Dio sceglie gli ultimi non perché la povertà sia di per sé un titolo di merito o perché i poveri, per il solo fatto di essere tali, siano migliori dei ricchi, ma perché nella povertà e nella debolezza risplendono meglio la misericordia, la potenza di Dio e la gratuità del suo amore. E poiché la nostra vita è tessuta essenzialmente di lotte e di difficoltà, Dio non poteva scegliere una strada migliore per farci capire il suo amore, che incarnandosi nella nostra povertà e nelle nostre difficoltà, facendosi uno di noi, straniero con gli stranieri, profugo con i profughi, sofferente con i sofferenti. «I poveri li avete sempre con voi» (Mt 26, 11), è vero; ma dinanzi all’immagine di un Dio povero e crocifisso come loro, nessun povero e nessun disperato potrà più dire di essere stato lasciato solo a soffrire.

3. Un simbolo da testimoniare più che da appendere alla parete
Se questo è il senso genuino della croce, è chiaro che essa è un simbolo più da testimoniare con la vita che da tenere appeso con un chiodo alla parete. È questa, in fondo, la vera lezione da trarre dal caso di Ofena. Più che preoccuparsi che la ostensione pubblica della croce sia garantita per legge, i cristiani devono preoccuparsi di essere i testimoni viventi del mistero che si svela nella morte e risurrezione del crocifisso. Come Cristo, che si è fatto povero e ha scelto i poveri, così i cristiani – che ne continuano la missione nel mondo – sono tenuti ad annunciare con la vita e la Parola la liberazione ai poveri, a tutti i poveri di ogni luogo e di ogni tempo, condividendone la sorte, operando per la loro promozione umana, sociale, culturale.
Il giorno in cui i cristiani cessassero di presentarsi al mondo poveri e alleati naturali dei poveri, essi staccherebbero con le proprie mani il crocifisso dalla parete. E infatti la Chiesa, nonostante la storia dimostri quanto anche su questo punto sia bisognosa di purificazione, si è sempre sforzata di mantenersi fedele alla scelta dei poveri fatta da Cristo. Lo sottolineò Paolo VI nella forte omelia in occasione dell’ottantesimo anniversario della Rerum novarum (16 maggio 1971): «La Chiesa nei suoi ministri e nei suoi membri – disse – è l’alleata per vocazione nativa dell’umanità indigente e paziente. La salvezza di tutti è la sua missione, perché tutti hanno bisogno di essere salvati; ma la sua preferenza è per chi ha bisogno, anche nel campo temporale, di essere aiutato e difeso. Il bisogno umano è il titolo primario del suo amore». Poi Paolo VI aggiungeva: «Povera normalmente essa stessa, la Chiesa, amando e soffrendo insieme con gli affamati di pane e di giustizia, trova in qualche modo in se stessa la prodigiosa virtù di Gesù che moltiplicò i pani per la folla e svelò la dignità d’ogni vivente per misero e piccolo che fosse. E – sottolineò con forza il Papa – [la Chiesa] trova le parole gravi e talvolta minacciose, anche se sempre materne, per i ricchi e per i potenti, quando l’indifferenza, l’egoismo, la prepotenza fanno loro dimenticare la fondamentale uguaglianza e l’universale fratellanza degli uomini, e consentono loro di confiscare a proprio esclusivo profitto i beni della terra, specialmente se questi sono frutto dell’altrui sudore e dell’altrui sacrificio» (L’Osservatore Romano, 17-18 maggio 1971).
La Chiesa dunque, unita al suo Signore, sceglie con lui la povertà e i poveri. Testimoniare la povertà e operare per la promozione dei poveri è il modo più efficace per mantenere vivo non solo il significato religioso, ma anche quello culturale del crocifisso, che consiste in primo luogo nel ricordare a tutti che l’essere vale più dell’avere, che l’uomo vale per quello che è più che per quello che ha.

4. Conclusione
Alla luce di queste considerazioni, chi potrebbe affermare che oggi il simbolo della croce non serve più, quando una economia globalizzata, lasciata alla mera logica del mercato, rischia di aggravare le differenze tra ricchi e poveri, con la conseguenza di abbandonare a se stessi i deboli e gli indigenti, e minaccia di far precipitare l’umanità in un clima di guerra continua e di cieco terrorismo? «Il nostro mondo – denuncia perciò Giovanni Paolo II – comincia il nuovo millennio carico delle contraddizioni di una crescita economica, culturale, tecnologica, che offre a pochi fortunati grandi possibilità, lasciando milioni e milioni di persone non solo ai margini del progresso, ma alle prese con condizioni di vita ben al disotto del minimo dovuto alla dignità umana. È possibile che, nel nostro tempo, ci sia ancora chi muore di fame? Chi resta condannato all’analfabetismo? Chi manca delle cure mediche più elementari? Chi non ha casa in cui ripararsi?» (Novo millennio ineunte, n. 50). Oggi si apre, dunque, un nuovo vasto campo alla testimonianza vissuta del crocifisso.
Tuttavia, la sfida più difficile del terzo millennio è quella di imparare a vivere uniti nella diversità e nella molteplicità delle culture, delle etnie, delle religioni e dei rispettivi simboli. Il rispetto e il riconoscimento delle diverse identità non dev’essere un ostacolo, ma è condizione essenziale per la costruzione di un’umanità unita nella pluralità.
Su questo punto è tornato il Papa nel discorso alla Conferenza dei Ministri dell’Interno dell’Unione Europea (31 ottobre 2003): «Il riconoscimento dello specifico patrimonio religioso di una società richiede il riconoscimento dei simboli che lo qualificano. Se, in nome di una scorretta interpretazione del principio di uguaglianza, si rinunciasse a esprimere tale tradizione religiosa e i connessi valori culturali, la frammentazione delle odierne società multietniche e multiculturali potrebbe facilmente trasformarsi in un fattore di instabilità e, quindi, di conflitto» (L’Osservatore Romano, 1 novembre 2003).
In conclusione, la croce rimane un simbolo di grande significato per tutti. Anche se la religione cristiana divenisse o fosse già minoranza nel nostro Paese e nel mondo, non potremmo mai rinunciare a conferire una valenza pubblica al simbolo della nostra tradizione religiosa e ai connessi valori culturali. Tuttavia, come non è lecito strumentalizzare il simbolo della croce a fini di lotta politica, religiosa o di civiltà, così bisogna riaffermare che la croce sta in piedi da sola, non perché imposta per legge, ma grazie alla forza intrinseca del suo messaggio religioso e civile e alla testimanianza di quanti ispirano a essa la propria vita e l’impegno per costruire insieme una umanità più fraterna. Stat crux dum volvitur orbis, è l’antico motto dei certosini: «Il mondo gira, la croce sta».

di Bartolomeo Sorge   –  Aggiornamenti sociali 2003

 
2 commenti

Pubblicato da su novembre 6, 2009 in Generale

 

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2 risposte a “Bartolomeo Sorge: Il simbolo della croce

  1. tina

    novembre 26, 2009 at 2:08 pm

    la storia è molto importante e bisogna studiarla

     
  2. caterina

    novembre 6, 2009 at 9:59 pm

    … pubblichiamo questo articolo, benchè datato, come proposta di riflessione su questo tema ancora attuale.

     

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